Raccontare il mondo con la curiosità di un esploratore e la sensibilità di chi sa cogliere l’anima dei luoghi. Parlare con Paolo Casetti è esattamente questo.
Ogni risposta apre una strada, ogni ricordo diventa un paesaggio, ogni riflessione invita a guardare il viaggio con occhi diversi. Le sue parole non raccontano soltanto territori, ma persone. Non descrivono semplicemente destinazioni, ma relazioni, emozioni, memoria e cultura. Perché, come ogni grande geografo insegna, un luogo non è mai solo uno spazio sulla carta: è l’incontro tra chi lo vive e chi lo attraversa.
Geografo, docente e studioso del turismo esperienziale, Paolo Casetti ha dedicato la sua vita a comprendere il legame profondo tra uomo e territorio. Dall’America Latina alle aule universitarie, dai borghi italiani ai grandi progetti di destination management, il suo percorso professionale è stato guidato da una convinzione semplice quanto potente: il viaggio più autentico è quello che ci cambia.
In un’epoca in cui tutto sembra poter essere visto attraverso uno schermo, Casetti ci ricorda il valore insostituibile dell’incontro umano. E forse è proprio questa la sensazione che resta al termine della nostra conversazione: quella di aver viaggiato senza muoversi, attraversando paesaggi, sapori, storie e culture grazie al racconto di chi ha fatto della geografia non solo una professione, ma un modo di abitare il mondo.
Perché ascoltare Paolo Casetti significa concedersi un raro privilegio: ricordare che ogni viaggio, prima ancora di essere una destinazione, è un’esperienza di umanità.
Il suo percorso professionale nasce da una passione coltivata fin da ragazzo e alimentata dai racconti del padre, un uomo che lui stesso definisce “senza confini”. Da quei racconti è nato il desiderio di esplorare il mondo, desiderio che lo ha portato dalle strade del suo quartiere romano fino ai paesaggi sconfinati del Sud America, esperienza che avrebbe cambiato per sempre il suo modo di guardare il viaggio.
Oggi Paolo Casetti è tra i principali esperti italiani di Geografia del Turismo, Geografia della Percezione e Psicologia Ambientale. Docente presso l’Istituto Europeo del Turismo, cultore della materia all’Università IULM di Milano, collaboratore della rivista accademica Turismo & Psicologia dell’Università di Padova e membro di importanti associazioni scientifiche come SISTUR, GEA e AIIG, ha formato centinaia di professionisti del settore, contribuendo a diffondere una nuova cultura del turismo: più consapevole, più sostenibile e soprattutto più umana.
Per Casetti il turismo del futuro non sarà quello delle fotografie perfette o degli itinerari costruiti in serie. Sarà quello delle relazioni autentiche, della conoscenza profonda dei territori e delle esperienze capaci di lasciare un segno nella memoria.
In questa conversazione ripercorriamo il suo viaggio personale e professionale: dall’infanzia ai grandi spazi della Patagonia, dal ruolo dell’intelligenza artificiale nel turismo al ritorno dell’umanesimo nell’era del Turismo 5.0, fino alle competenze che ogni futuro destination manager dovrebbe coltivare.
Perché, come racconta lui stesso, il vero viaggio non consiste semplicemente nel raggiungere una destinazione. Consiste nel darle un significato.
Paolo, quando e come è scattata la scintilla che ti ha fatto capire che la geografia sarebbe diventata la tua strada?
È iniziato tutto molto presto, già alle scuole medie. Avevo una forte curiosità per il mondo, anche se da ragazzi non è sempre facile capire quale sarà davvero la propria strada. La persona che più ha influenzato questa passione è stato mio padre. Lo definisco ancora oggi “un uomo senza confini”: viaggiava molto e aveva la straordinaria capacità di entrare in relazione con persone e comunità diverse. I suoi racconti di viaggio mi hanno fatto nascere il desiderio di conoscere il mondo. Poi gli studi in geografia e, quasi naturalmente, il lavoro mi ha portato dal mio quartiere di Roma fino al Sud America, dove è iniziata la mia vera esplorazione.
Come si fa oggi ad appassionare qualcuno alla geografia?
Dobbiamo liberarci da uno stereotipo. Per molti la geografia è ancora una lista di fiumi, laghi e montagne da imparare a memoria. In realtà la geografia racconta come gli esseri umani vivono i territori, li trasformano e, allo stesso tempo, ne vengono trasformati. È proprio questa relazione reciproca che la rende affascinante. E chi lavora nel turismo non può farne a meno.
Social network e intelligenza artificiale stanno cambiando il nostro modo di vivere i luoghi?
Ogni epoca ha avuto i propri strumenti per raccontare il viaggio. Un tempo erano i pittori che accompagnavano i nobili durante il Grand Tour; oggi ci sono i social, le immagini e l’intelligenza artificiale. Il rischio è arrivare in un luogo avendolo già visto mille volte sullo schermo. Per questo oggi la vera differenza non la fa più la destinazione, ma l’emozione che riesce a suscitare. Siamo entrati nel Turismo 5.0: dopo l’esplosione della tecnologia, torna centrale il rapporto umano.
Quali competenze deve possedere oggi un professionista del turismo?
Deve essere multidisciplinare. Deve conoscere il territorio, la cultura, il marketing, i dati statistici, le tecnologie digitali, i social media e soprattutto le persone. Il destination manager deve saper mettere insieme tutte queste competenze per costruire esperienze autentiche.
Parli spesso di geografia della percezione. Che cos’è?
È lo studio del modo in cui ogni persona vive e interpreta un luogo. Oggi non esiste più un solo turismo, ma tanti turismi quanti sono i desideri delle persone. C’è chi viaggia per fotografare, chi per il cinema, chi per la gastronomia, chi per la spiritualità. Il compito del professionista è comprendere queste motivazioni e costruire esperienze che rispondano a quella particolare percezione del viaggio.
Quando un viaggio diventa davvero esperienziale?
Quando smette di essere una semplice successione di tappe. Un buon itinerario è come una collana preziosa: ogni località è una gemma, ma ciò che le tiene unite è il filo narrativo, il significato del viaggio. Se incontri gli abitanti, ascolti le loro storie, vivi esperienze multisensoriali e torni a casa con una nuova consapevolezza, allora hai vissuto un vero turismo esperienziale.
Tecnologia e itinerari storici possono convivere?
Assolutamente sì. La realtà aumentata, ad esempio, permette di vedere un luogo com’era secoli fa, rendendo il racconto ancora più coinvolgente. La tecnologia non sostituisce la storia: la rende accessibile e immersiva.
Quali sono le tre qualità fondamentali di un destination manager?
Una preparazione multidisciplinare, una conoscenza profonda del territorio e una grande passione. Solo chi vive davvero un luogo riesce poi a raccontarlo e promuoverlo.
Qual è il divario più grande tra mondo della formazione e mondo del lavoro?
La pratica. Per questo consiglio sempre ai ragazzi di fare esperienze sul campo, stage e percorsi di alta formazione. Molti pensano di scegliere il turismo perché amano viaggiare. In realtà, nella maggior parte dei casi, il loro compito sarà far viaggiare gli altri, costruendo esperienze memorabili.
C’è un viaggio che ti ha cambiato la vita?
L’Argentina. Arrivare a San Carlos de Bariloche e poi attraversare la Patagonia fino a Ushuaia è stato come entrare dentro le pagine di “In Patagonia” di Bruce Chatwin, un libro che avevo letto da adolescente. È stata la realizzazione di un sogno coltivato per anni.
E una meta che sogni ancora?
Il Giappone. Mi affascina il contrasto tra modernità estrema e tradizione millenaria.
Qual è il più grande errore che si commette oggi nel turismo esperienziale?
Vendere esperienze solo perché sono di moda. L’esperienzialità deve produrre crescita culturale, coinvolgere i sensi e lasciare qualcosa dentro la persona.
Il consiglio che dai sempre ai tuoi studenti?
Siate empatici. Il turismo nasce dall‘incontro con l’altro.
Esiste un luogo italiano con un grande potenziale ancora inespresso?
Penso a Villafrati, in Sicilia. È un territorio ricco di possibilità e spero che il lavoro svolto con la comunità possa contribuire alla sua valorizzazione.
Cos’è che rende davvero memorabile un luogo?
Il significato che gli attribuiamo. Quando un luogo entra nella nostra storia personale diventa un luogo del cuore.
Overtourism: si può combattere?
Più che combatterlo, bisogna gestirlo. Ogni destinazione attraversa un ciclo di vita e il compito del destination manager è prevedere i momenti critici e intervenire prima che si trasformino in un problema.
Per un giovane destination manager è più importante conoscere il digitale o conoscere il territorio?
La conoscenza del territorio viene prima di tutto. Il digitale è uno strumento indispensabile, ma il futuro del turismo appartiene a chi saprà restituire umanità all’esperienza del viaggio.

